Storia

BREVE STORIA DEL TEATRO POVERO DI MONTICCHIELLO

01/ LA SCOPERTA DEL TEATRO e L’AUTODRAMMA

Il Teatro Povero di Monticchiello è un progetto sociale e culturale nato negli anni ’60.                
Agli inizi di quel decennio il borgo toscano attraversa una profonda crisi collegata alla rapida eclissi del sistema economico e sociale che aveva caratterizzato per secoli la sua esistenza: la mezzadria. Lavoro, cultura e tradizioni vanno rapidamente scomparendo e la popolazione si dimezza. Quelli che per scelta o necessità rimangono iniziano allora a riflettere sul senso delle rapide trasformazioni che stanno travolgendo il loro mondo e le loro identità.     

In un paese senza un teatro viene cosí deciso di aggregarsi attorno a un’idea di teatro in piazza: una forma di spettacolo che  diverrà presto tentativo di ricostruzione collettiva e ideale del senso delle proprie vite. Una forma di resistenza alla crisi.               

Nei primi spettacoli, dal 1967 al 1969, si inizia subito col ribadire la capacita di opporsi ai pericoli  che nel corso della storia hanno messo a rischio l’esistenza della piccola comunità: invasioni di eserciti stranieri, grandi episodi di resistenza…   
In questi primi anni va anche a definirsi una metodologia di costruzione drammaturgica degli spettacoli molto particolare: in una parola, partecipata. L’assemblea degli abitanti del borgo e dei membri della compagnia si confronta per mesi, dialogando con un gruppo ristretto ‘eletto’ all’interno e incaricato di trasformare in proposte teatrali le suggestioni dell’assemblea.

Ogni spettacolo della compagnia va in scena solo per una stagione. Di anno in anno cresce rapidamente il numero di repliche, per venire incontro alle richieste di pubblico e critica. Rapidamente si vanno a definire altre caratteristiche specifiche, come un rapporto tra attore e personaggio del tutto particolare: non di rado gli attori in piazza ‘recitano’ se stessi; dai primi anni Settanta negli spettacoli si alternano momenti narrativi a momenti meta-teatrali, che arrivano talvolta a prevedere un rapporto diretto e dialogico con il pubblico.      

Viene progressivamente messo a fuoco il tema centrale del recupero dell’identità culturale e sociale ‘contadina’, umiliata per secoli dallo stigma imposto da gruppi sociali di diversa estrazione. Quel mondo viene indagato al di fuori di facili idealizzazioni e messo in rapporto con le nuove identità che vanno affermandosi nel Novecento: anche a Monticchiello, scompaiono i mezzadri per far posto semmai a piccoli imprenditori agricoli, operai, impiegati, etc.        

Negli spettacoli di questo periodo si va poi a definire una struttura in tre atti nella quale uno stesso tema viene rapportato prima al proprio passato poi al presente e infine discusso, e problematizzato, alla luce delle sue trasformazioni nel corso del tempo.

È sempre in questo periodo che gli attori non professionisti di Monticchiello mettono a punto le loro peculiarità recitative: fuori da qualsiasi ‘impostazione’ teatrale scolastica lasciano emergere modalità espressive legate a lontane tradizioni di oralità. I piú dotati diventano ‘professionisti’ di se stessi, scoprendosi a volte dotati di una comunicativa travolgente. Pur nei numeri ristretti, la piccola comunità offre un ampio ventaglio di caratteri.    

Il Teatro Povero in questo periodo si avvale anche dell’apporto di professionalità esterne, che si confrontano con i monticchiellesi in un processo che dà vita a una vera e propria drammaturgia partecipata. Tra gli altri si ricordano: per il sostegno nella stesura dei copioni Mario Guidotti, che si autodefinisce “il notaio di Monticchiello”; poi Arnaldo Della Giovampaola, il regista che darà forma agli spettacoli degli anni Settanta e che per primo offre risposte originali ai problemi posti dalla messinscena nelle piazze del borgo.               

Tra le varie definizioni proposte per la formula teatrale che prende vita a Monticchiello va lentamente affermandosi quella avanzata da Giorgio Strehler: autodramma. La definizione viene fatta propria dalla stessa compagnia, che per anni usa come sottotitolo dei suoi spettacoli la formula: «Autodramma ideato, scritto e realizzato dalla gente di Monticchiello».               

02/ DAGLI ANNI ’80 AL NUOVO SECOLO         
Il secondo autodramma: di fronte alla complessità           

La forma organizzativa che il Teatro Povero sceglie, una volta raggiunta una relativa maturità, è quella della cooperativa: nel 1980 nasce la Cooperativa del Teatro Povero di Monticchiello, che si occuperà progressivamente e sempre piú anche della gestione di attività sociali e assistenziali alla comunità di Monticchiello.

Dal punto di vista teatrale sono molti i cambiamenti, a partire da una nuova struttura interna. Nella produzione e realizzazione degli spettacoli si stabilisce infatti un circuito tra almeno tre gruppi: le assemblee della compagnia/comunità; il gruppo degli attori; infine un piú piccolo gruppo che viene definito delle ‘assemblee ristrette’. Quest’ultimo gruppo ha il compito di trasformare in scalette e poi in copioni le suggestioni e gli stimoli che vengono dalle assemblee e dagli attori.               
Fondamentale figura di raccordo è quella di Andrea Cresti, uno dei fondatori e promotori dell’esperienza: dal 1981 è il titolare delle regie di tutti gli spettacoli estivi del Teatro Povero e colui che piú da vicino segue la trasformazione in copione di soggetto e scalette.

Gli spettacoli degli anni Ottanta e Novanta confermano un progressivo e definitivo passaggio dalla precedente forma in tre atti all’atto unico. Gli spettacoli adesso sono meno a tesi. In questo riflettono una progressiva crisi di fiducia nella costruzione razionale, nello sviluppo sereno e sensato del dibattito attorno e sopra a un tema. La proposta spettacolare si arricchisce cosí di elementi inediti: lo spirito grottesco e il gusto (spesso amaro) dell’assurdo; la perdita sulla scena di coordinate ideali e spazio-temporali; la costruzione di scenografie potentemente evocative ma spesso misteriose… 

Dal punto di vista tematico rimane costante l’attenzione a grandi temi che hanno un loro riflesso all’interno della vita del borgo: dalle difficoltà nel coniugare sviluppo e sostenibilità ambientale alle nuove guerre; dalla progressiva mercificazione di qualsiasi valore al difficile rapporto con l’altro e il diverso, che prenda la forma della malattia mentale o dei nuovi fenomeni di emigrazione. E se rimane costante il rimando al mondo contadino/mezzadrile, vissuto come patrimonio di esperienze, affetti, storia e valori, non ci si può fare illusioni che da quello derivino facili risposte o soluzioni. Segnali, semmai, utili a non perdere del tutto la rotta in un mare in burrasca… 

Da questo senso di smarrimento nasce però, infine, un nuovo meccanismo drammaturgico che trae energia anche dalla riscoperta di soluzioni del teatro tradizionale: i contadini che per secoli avevano vissuto una condizione di subordinazione rispetto ad altri gruppi sociali, infatti, sperimentavano riscatto e rivincita proprio in alcune forme di teatro tradizionale. In particolare in quelle basate su una carnevalesca dimensione di ‘mondo alla rovescia’: in quelle erano loro a farsi gioco di commercianti, avvocati, medici, poliziotti… Certamente questo riscatto e rivincita erano temporanei, non duraturi, effimeri: ma in quel rovesciamento e sovvertimento, pure se sperimentato soltanto nella breve durata del racconto popolare, si annidavano germi di aspirazioni e rivendicazioni, speranze di equità sociale e culturale che poi si sarebbero coagulati in forme e modalità ben piú articolate nei secoli successivi… Dove la ragione non vede che blocchi e difficoltà a progredire, l’immaginazione può fornire uno scarto decisivo. Faceva cosí la sua comparsa nel Teatro Povero un’inedita dimensione fantastica. La forza eversiva della fantasia poetica.                  

03/ I PRIMI ANNI DEL NUOVO SECOLO           
Nuove possibilità e ombre         

La Val d’Orcia degli anni 2000 non è piú quella degli anni ’60 del secolo scorso.  Un territorio allora marginale e a rischio abbandono vive oggi un’importante rivalutazione, culturale, economica e sociale. Patrimonio dell’Umanità dal 2004, amata e visitata da molti, la Val d’Orcia ha probabilmente vissuto una sua seconda Grande trasformazione dopo quella legata alla fine della mezzadria. Del resto, i primi anni del nuovo secolo sono stati nel loro complesso un momento caratterizzato da forti speranze e generalizzate aspettative generali di sviluppo e progresso.     

Gli spettacoli fino al 2007 tengono conto di questi cambiamenti, riflettendo però anche le preoccupazioni che essi inducono: la paura di divenire un ‘museo vivente’, trasformandosi magari in ‘attori’ nel senso deteriore del termine; quella di dare una visione equilibrata e non superficialmente idilliaca del proprio passato contadino; le difficoltà a sviluppare un discorso comune con le nuove generazioni, per includerle e renderle attive nel teatro e nel suo progetto sociale e culturale.   Mentre si fanno piú esili, anche per questioni anagrafiche, i fili che legano al mondo contadino-mezzadrile, si tenta cosí di mantenere vivo il senso complessivo di un’esperienza che arriva alla soglia dei quarant’anni rilanciando sempre piú le sue sfide: il Teatro Povero in questi anni apre il museo Tepotratos, inizia a gestire un’edicola-libreria, un ufficio turistico, un centro internet, il servizio di distribuzione farmaci alla cittadinanza, quello di biblioteca, un emporio poli-funzionale…

Il 2007 è per Monticchiello e il suo teatro un anno del tutto particolare: un dibattito pubblico con echi su scala nazionale, infatti, si sviluppa a partire da una lottizzazione nei pressi del paese. La compagnia decide di riflettere con lo spettacolo di quell’estate non tanto sul merito della questione, quanto sulle dinamiche e le pressioni cui è sottoposta a partire dal caso specifico.           

04 / DAL 2008 AD OGGI            
La crisi dal piccolo mondo al grande mondo  

L’ultima produzione del Teatro Povero incrocia le tematiche di una crisi, quella seguita al 2008,  che si definisce ormai non piú solo come economica ma anche sociale e politica in senso lato. Di anno in anno, le difficoltà delle giovani generazioni nel trovare una propria dimensione esistenziale e lavorativa, come quelle di un’intera comunità schiacciata dalle difficoltà economiche, si mescolano alla rappresentazione disincantata di classi non-piú-dirigenti, alla stilizzazione di forme di gestione del potere che appaiono incapaci di gestire i cambiamenti, quando non grottescamente predatorie. Di fronte a tutto questo, il processo che porta allo spettacolo estivo diviene l’occasione per ricostruire un senso condiviso delle trasformazioni in atto, per interpretarle e dargli forma, coltivando la speranza che anche nell’eversione fantastica di una piccola comunità si possa intravedere un’intermittente traccia di futuro.            

 

Testi a cura di Gianpiero Giglioni