1986

Il ventesimo anno, di solito, è celebrativo: si fa il punto, si compie una svolta, si chiude o si apre un’era. A Monticchiello non si è tanto conformisti da seguire un rituale del genere. E tuttavia questo ventesimo autodramma, si differenzia da tutti gli altri proprio perché caratterizzato da una ribellione, da una trasgressione alla linea che questo Teatro si era data e che sembrava diventata destino, a un clichet che a forza di essere considerato originale dagli altri non era o non appariva più tale alla gente di Monticchiello.

Magari la trasgressione risulterà un sogno e tutto tornerà come prima. Ma intanto……..intanto ecco questo spettacolo.

Che tratta di un doppio assedio: uno di ieri ( un ieri lontano, il Cinquecento) e uno di oggi. Quello di ieri attinge alla storia vera di Monticchiello, ai tempi di Carlo V, le cui truppe dovettero impegnare ingenti forze per aver ragione dell’eroica resistenza del Castello, devoto ai senesi, per la sua antica tradizione ghibellina.

Quello di oggi si riferisce ai condizionamenti cui Monticchiello, patria, culla, sede ormai istituzionale e deputata del Teatro Povero, è sempre più soggetta, ad opera di chi ne tenta una colonizzazione e uno sfruttamento, magari ricorrendo a sponsorizzazioni.

Il primo atto sembra ( ma non è) staccato dal contesto: e invece ne è il prodromo. Un gruppetto di briganti di fine ottocento capita in un podere e un giovane si stacca dalla famiglia per seguirli: prima trasgressione. ( Sullo stesso spicchio metaforico è il carro dei teatranti capitato in paese). Nella seconda parte, la vicenda dell’assedio del 1553: costumi, ambiente d’epoca, epopea. Infine si esce dal (o nel) teatro nel teatro: i monticchiellesi si sentono “condannati” a fare i “teatropoveranti” a vita, per professione, rivorrebbero la loro identità antropologica e sociale, sognano di essere come prima. Ma invano. Il 19 luglio incombe. Che lo spettacolo cominci..