1990

Si può usare un aggettivo molto frequente nelle considerazioni del nostro tempo, per qualificare il primo autodramma degli anni novanta (con cui fa rima il titolo “Millanta”): epocale: E non si pensi a presunzione degli autori e della gente di Monticchiello, coautrice. Il tema è nell’animo di tutti, se non nel cervello. E in Val d’Orcia è più difficile eluderlo: è l’esodo: Tema esistenzialmente non nuovo perché ormai da tempo l’uomo si sente straniero e continuamente partente; ma in questo autodramma è precisato nel momento storico che viviamo, nell’abbandono della storia, della terra, della vita almeno come era stata fino ad oggi. Storia, terra e vita avevano resistito (resistono ancora?) in Val d’Orcia; ma ormai anche da questa valle geologicamente fra le più antiche del mondo, è in atto da tempo la fuga e la metamorfosi che in questo spettacolo produce addirittura la pietrificazione di tutto, a cominciare dagli uomini.

Non si pensi alla rappresentazione di una tragedia. “Millanta” fa pensare, ma offre, anche le tenerezze dell’evocazione di altri tempi e si salva, grazie a un filo d’ironia, dal tono apocalittico e dal catastrofismo. Ma certo, un dramma antico e sempre incombente sembra avere segnato il destino della valle e della sua gente: nel primo tempo si assiste all’esodo forzato di una famiglia mezzadrile nel primo novecento, nel secondo alla fuga dei superstiti dell’inurbamento coatto. Andrea Cresti (anche regista) insieme a Marco Del Ciondolo, Maria Rosa e Vittorio Innocenti con la collaborazione di tutti i monticchiellesi, ha composto un testo dignitosamente struggente e linguisticamente elaborato.