1987

Nei primi mesi del 1987 incombeva sulla Val d’Orcia la minaccia di discariche di “rifiuti tossici industriali”. “Un disastro ecologico in una delle più belle valli del mondo” scrissero alcuni quotidiani; una violenta intrusione di scorie tipiche della cosiddetta civiltà postindustriale in un paesaggio geologicamente esemplare di un’era lontana del nostro pianeta. In quello stesso periodo infuriavano (e non sono ancora sopite) le polemiche sulla bioetica, sulla bioenergia, sulle capacità di profonde manipolazioni biologiche.

È stato sull’onda di queste paure che la gente di Monticchiello, cioè del più bel balcone della Val d’Orcia, ha concepito l’autodramma “Pane stregato” da Andrea Cresti coordinato e diretto.

Ma non ne è sortito un dramma polemico, non un “manifesto” teatrale (anche perché nel frattempo il pericolo, almeno per quanto riguarda la Val d’Orcia, si è allontanato), bensì una metafora che si avvale dell’ironia, una favola ammiccante e anche minacciosa, un brutto sogno che finisce in lazzo. La vicenda, se così si può chiamare, è situata in un tempo lontano, ovviamente in campagna, in una società contadina sparpagliata in radi poderi. Qualcuno scopre strani fenomeni pieni di elementi simbolici: molliche di pane inserite in sacchetti di terra, capaci di ingigantire cereali e piante varie e distorcere la natura. I fenomeni si diffondono, c’è una strega cui tutti ricorrono, una ragazza carica di allegorie, un principe…E tanti personaggi e cose strane di cui è non è difficile cogliere il significato.

Attuale come sempre, ma più profondo e quindi più impegnativo di sempre e ambizioso, “Pane stregato” farà pensare il pubblico, magari inducendolo anche al sorriso (amaro)..