1996

Più che su un tema chiaramente definito lo spettacolo 1996 del Teatro Povero, trentesima fatica della sua storia, si sviluppa intorno alle inquietudini del secolo che declina. Nell’Occidente industrializzato ed opulento comincia ad incrinarsi la certezza di un avvenire comunque radioso, affiora la paura del domani, si insinua il sospetto che le condizioni di benessere e soprattutto le occasioni di lavoro stiano diventando precarie, il futuro si carica di ombre, aleggia l’imminenza di qualche “strappo” a cui la storia ciclicamente condanna moltitudini non sempre fornite di mezzi e risorse adeguate alle scelte che urgono.

E anche chi chiede lume od appiglio alla natura o alla memoria storica è indotto ad oscillare fra fascinazione e rifiuto, interesse e disprezzo, attenzione e sufficienza.

Il passato non è solo vicenda lontana e pacificata ma anche lezione severa, cifra illuminante e scomoda del presente; così quando il gesto teatrale con un moto di orgoglio e di provocazione fa rivivere alcune vicende rigorosamente autentiche del mondo contadino impegnato, nella sua ultima stagione, a consumare “lo strappo” definitivo dalle sue forme immutabili e quasi eterne, il passato si configura come evento simbolico col quale è arduo confrontarsi, tanto da indurre i più a ignorarne il messaggio ricoprendo il tutto sotto il velo polveroso dell’indifferenza e dell’oblio anche se non manca chi, in disparte, in silenzio senza enfasi, quasi assorto, sa che il “testimone” non può non essere raccolto